sabato 5 febbraio 2011

Il comune di Parma investe sull'auto elettrica

Obiettivo emissioni zero. La città di Parma punta alla sostenibilità e lancia il progetto Zero Emission City con l’obiettivo di ridurre le proprie emissioni di gas serra. Per farlo la città emiliana ha scelto di partire dalla mobilità, con un massiccio investimento sulle auto elettriche. Ne saranno messe in circolazione 100 nel 2011 e 1.000 entro il 2015. Entro lo stesso periodo saranno installate in città 300 colonnine di ricarica. Il tutto per un investimento di 1,9 milioni di euro nel primo anno e 9 milioni complessivi. I dettagli del meccanismo di gestione sono ancora da definire, ma sembra che sarà Infomobility, società partecipata del Comune di Parma specializzata in consulenze e servizi per la gestione della mobilità urbana, ad acquistare le vetture.

Molte le case automobilistiche interessate, tra cui Chevrolet, Citroen, Mitsubishi, Nissan, Opel, Peugeot, Pininfarina, Renault, Toyota e Ducati. Di queste, otto hanno firmato una lettera di intenti rivolta al Comune di Parma dichiarando la propria disponibilità a mettere a disposizione i veicoli. «Le modalità contrattuali sono ancora da definire – commenta Carlo Iacovini, responsabile del progetto e segretario di Euromobility, associazione mobility manager – ma è incoraggiante che le case automobilistiche abbiano dato la propria adesione».

Le auto saranno in parte date in dotazione al Comune per la gestione dei servizi pubblici, in parte saranno utilizzate all’interno del già esistente servizio di car sharing di Parma. La novità è che il Comune stesso darà un incentivo ai cittadini che vorranno iscriversi al car sharing elettrico. Il costo all’utente tuttavia, nonostante l’incentivo comunale, resta alto: secondo le previsioni infatti dovrebbe aggirarsi intorno ai 400 euro al mese. «Ma va detto che il parcheggio in città è gratuito – spiega ancora Iacovini – si ha libero accesso nelle Ztl e si possono utilizzare le corsie preferenziali. Inoltre non si paga il bollo e assicurazione e ricariche sono incluse nell’abbonamento e quindi si elimina anche il costo del carburante. Se si considera che si azzerano tutte queste spese, il vantaggio c’è».

Il car sharing sarà organizzato in modo da coprire diverse zone della città e le 300 colonnine di ricarica saranno liberamente accessibili agli utenti registrati. Inoltre l’elettricità per la ricarica sarà prodotta da fonti rinnovabili: «Iren, la multiutility che gestisce il servizio elettrico a Parma – riprende Carlo Iacovini – sta studiando la soluzione migliore per alimentare le colonnine. La fonte a monte sarà il fotovoltaico che già produce parte dell’energia distribuita da Iren e su cui l’azienda farà ulteriori investimenti per coprire i nuovi consumi energetici legati alle auto elettriche».
Si tratterà però di energia presa dalla rete e non di elettricità prodotta in loco con pannelli dedicati. Limiti di un progetto che ha comunque il pregio di dare una spinta al mercato dell’elettrico italiano che, nel 2010 ha registrato appena 103 veicoli venduti, pari allo 0,01% del mercato automobilistico, contro un potenziale stimato del 2-5% (stime dei concessionari secondo i dati di una ricerca di InterAutoNews).

«Mi auguro che la rivoluzione dell’auto elettrica parta da Parma – ha commentato il sindaco Pietro Vigliani nel corso della presentazione di ZeroEmission City – In Europa sono state fatte scelte che vanno verso la promozione dell’elettrico. Sono scelte importanti per iniziare a coniugare il diritto alla mobilità con il diritto alla salute. Parma si vuole muovere in questa direzione».

E tuttavia le iniziative isolate di poche virtuose città, se pure meritevoli, non bastano a diffondere un modello alternativo di mobilità: quello che manca, a livello sia italiano che europeo sono infrastrutture standardizzateche consentano la circolazione dei veicoli elettrici anche al di fuori dei centri urbani. Lo ha sottolineato il vice presidente della Commissione europea, Antonio Tajani, intervenendo alla presentazione dell’iniziativa: «L'idea è di poter dare anche degli standard omogenei per quanto riguarda le prese elettriche entro la fine dell'anno. Ho già dato mandato ai responsabili di presentare proposte per compiere passi in avanti soprattutto per facilitare chi vuole usare l'auto elettrica abbattendo le frontiere». Tajani ha comunque sottolineato l’importanza del progetto di Parma e ha avanzato la proposta di inserire la città nel progetto Smart Cities che coinvolge diversi centri europei nell’elaborazione di modelli innovativi di pianificazione e organizzazione urbana.


venerdì 21 gennaio 2011

Celle a Combustibile Microbiche


Un progetto pilota guidato dalla Lebônê Solutions e dall’Università di Cambridge utilizza microbi nelle celle a combustibile per creare energia elettrica sufficiente per l’utilizzo di piccoli dispositivi. La possibilità offerta da queste celle a combustibile ed ora in fase di sviluppo dalla Lebônê Solutionsfornirà energia elettrica agli abitanti di un villaggio della Tanzania.
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Queste celle a combustibile poco costose possono produrre energia con i rifiuti di animali e vegetali e naturalmente con i microbi del suolo. Queste celle a combustibile sono realizzate attorno un substrato flessibile (legno, acciaio, ecc.) e che può variare in base alla disponibilità geografica. Questo sistema acelle a combustibili microbiche è il più a buon mercato per ricaricare una batteria e può essere utilizzato a sua volta per LED o PLED (polimeri elettroluminescenti) ad alta efficienza. Comunque di parte da un anodo che consiste in una stoffa di grafite che è posta sul fondo di un secchio con i rifiuti.
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Uno strato di sabbia funge da batteria per gli ioni mentre dell’acqua salata aiuta il processo chimico. La cella a combustibile microbica opera così raccogliendo i protoni ed elettroni che vengono rilasciati durante la respirazione anaerobica dei microrganismi. I batteri e i microbi potrebbero essere alimentati da qualsiasi materiale organico. Il sistema riuscirebbe a produrre sufficiente energia per far funzionare un LED per 4-5 ore.
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Un processo simile di cui abbiamo già trattato è la rizodeposizione. Un un processo naturale in cui le piante assorbono il materiale organico attraverso le loro radici dal suolo, così è possibile ridurre le emissioni di metano utilizzando il materiale organico che le piante di riso scartano (che di conseguenza diverrà gas metano) generato durante la rizodeposizione per creare energia elettrica tramite celle a combustibile microbiche, dove l’anodo è immerso nel suolo accanto alla pianta e un catodo nell’acqua sovrastante. Gli scienziati spiegano che l’intero processo funziona grazie alla vita delle piante di riso. Nel corso dei 2 anni di ricerca, gli scienziati hanno testato le prestazione delle celle a combustibili microbiche nelle risaie ed hanno scoperto che utilizzando questa tecnologia si può arrivare a produrre 330 KW per ettaro di coltivazione. Le celle a combustibile microbiche infatti riescono a raggiungere in questa situazione un’efficienza energetica del 9%.
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“Ci auguriamo che l’intero sistema costi in totale circa $ 10″. Afferma Avival Presser l’altro co-fondatore delle Lebônê Solutions. “La bellezza di questo progetto è che si tratta di un sistema interamente sostenibile.” afferma Derek Lovley del MIT coinvolto negli studi preliminari sulla cella a combustibile microbica nel 2002. Dopo il villaggio nella Tanzanzia, la Lebônê Solutionsspiega che le celle a combustibili microbiche partiranno per la Namibia grazie ad una sovvenzione di $ 200.000 dalla Banca Mondiale.
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giovedì 20 gennaio 2011

mercoledì 22 dicembre 2010

Scie chimiche e bioelettricità

Molti studiosi e testimoni del fenomeno "scie chimiche" hanno constatato che le attività di aerosol clandestino si intensificano in concomitanza con il plenilunio. Nonostante sia forse poco corretto individuare dei periodi in cui le irrorazioni diventano più frequenti, poiché, semmai, ci si potrebbe riferire a rari giorni in cui i voli si diradano un po', è vero che si assiste ad un incremento nel numero delle scie, soprattutto notturne, durante la luna piena.

Visto che, come è ormai arcinoto, le chemtrails sono un'operazione criminale a 360 gradi, è evidente che ogni programma riferito ad esse, rivela intenti distruttivi. Questo vale naturalmente anche per le scie che offuscano la luce lunare.

Due scienziati statunitensi dell'Università di Yale, già negli anni ‘60 del XX secolo, i professori Leonard Ravitz e Richard Barr, individuarono una correlazione tra il plenilunio e la crescita dei vegetali. Ravitz e Barr sono gli studiosi del fenomeno che va sotto il nome di bioelettricità (cioè elettricità biologica), manifestazione costituita dagli impulsi emessi da tutti gli esseri viventi: dai batteri alle piante, dagli animali agli uomini. Questi impulsi hanno un ruolo importantissimo nei processi organici.[1] I due esperti misurarono la bioelettricità nelle piante, servendosi di apparecchiature capaci di rilevare anche le più deboli variazioni. Essi notarono che, ogni quattro settimane, la tensione bioelettrica aumentava: appunto durante il plenilunio! E' dunque la luce riflessa del satellite a provocare questo fenomeno e ad influire, di conseguenza, sulla crescita dei vegetali. La luna piena favorisce pure la germinazione delle sementi.[2]

Da quanto assodato dai due studiosi, si evince che le operazioni chimico-biologiche sono una vera e propria aggressione nei confronti dell'agricoltura, già prostrata dai cambiamenti climatici di origine artificiale, dal depauperamento dei terreni, dalla sempre maggiore diffusione delle colture geneticamente modificate, dall'aggressione di virus e batteri etc. Controllare l'agricoltura significa controllare la produzione di cibo e quindi tenere in pugno l'umanità.
[1] La bioelettricità o elettricità animale fu scoperta da Luigi Galvani (Bologna 1737 -1798) fisiologo, fisico ed anatomista italiano, ricordato, assieme al suo contemporaneo, Alessandro Volta, per gli studi pionieristici sull'elettricità. La bioelettricità è l’insieme dei fenomeni elettrici che si producono nella materia vivente e che sono riconducibili a differenze di potenziale tra l'interno e l'esterno della cellula oppure tra interi distretti organici quali i muscoli, il cuore, l'encefalo, le pareti assorbenti dell'intestino, l'apparato tubulare del rene, le formazioni nervose centrali e periferiche etc. I fenomeni bioelettrici sono particolarmente appariscenti in alcune specie di Pesci nei quali sono presenti organi capaci di generare campi elettrici di notevole potenziale.

[2] Tralasciamo qui molti altri aspetti, anche non convenzionali, che legano la Luna ai bioritmi ed alla vita sulla Terra.




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Biocarburanti vs. bioelettricità, quale dei due è più efficiente?

L’impronta sull’acqua della bioenergia, cioè la quantità di acqua necessaria per coltivare le colture per la biomassa, è di gran lunga maggiore rispetto alle altre forme di energia. La generazione di bioelettricità è molto più efficiente, in termini di consumo di acqua, rispetto alla produzione di biocarburanti. Stabilendo l’utilizzo dell’acqua su tredici colture, i ricercatori dell’Università di Twente, Olanda, sono stati in grado di scegliere quale coltura fosse migliore in una determinata regione e quale no. Il loro lavoro è stato pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS).
Nel loro articolo, i ricercatori mostrano l’utilizzo dell’acqua in tredici colture, considerando il volume d’acqua (piovana e di irrigazione) richiesto per la produzione di energia. Per quanto riguarda le varie applicazioni della biomassa, i ricercatori hanno tenuto presente l’impatto che la coltivazione delle colture ha sul consumo di acqua. Lo hanno poi collegato alla posizione e al clima per vedere se è possibile selezionare la regione di produzione ottimale per ogni raccolto. Questo serve per impedire la coltivazione di biomassa dove potrebbe compromettere la produzione alimentare nelle regioni dove l’acqua è già scarsa.
Fino ad ora, la discussione si è incentrata principalmente sulla questione se fosse consentito utilizzare le colture alimentari per il carburante. Ma alla base di questa questione c’è da capire come si debbano distribuire le nostre limitate riserve di acqua dolce. L’acqua che viene utilizzata per la bioenergia, sia che si tratti di un prodotto alimentare come la coltura di mais, che di colture non alimentari, come la jatropha, non può essere utilizzata per la produzione alimentare, per l’acqua potabile o per il mantenimento degli ecosistemi naturali.


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Bioelettricità «verde» prodotta dall’alga

Una quantità infinitesima, ma è stato messo a punto un metodo che potrebbe avere interessanti sviluppi

un nanoElettrodo d'oro nella cellula
Bioelettricità «verde» prodotta dall’alga
Una quantità infinitesima, ma è stato messo a punto un metodo che potrebbe avere interessanti sviluppi
Immaginate che un giorno le foglie possano produrre energia elettrica per le nostre necessità. Immaginate che gli elettroni che circolano nelle loro cellule, attivati dalla luce solare, non servano solo a produrre zucchero, come di fatto accade, ma che una parte di essi venga dirottata e incanalata in un filo per accendere ad esempio una lampadina. Siamo ancora lontanissimi da tutto questo. Però gli scienziati dell'Università di Stanford (Usa), per la prima volta sono riusciti a «rubare» corrente da un'alga. Una quantità infinitesima, e vero, ma hanno messo a punto un metodo che potrebbe avere interessanti sviluppi. Può essere il primo passo verso la produzione di bioelettricità ad alto rendimento.
PRIMI PASSI - «Siamo i primi a estrarre elettroni dalle cellule vegetali viventi», dice Won Hyoung Ryu, a capo della ricerca pubblicata sulla rivista Nano Letters. Gli scienziati hanno costruito un piccolissimo e appuntito nano elettrodo d'oro, appositamente progettato per essere introdotto all'interno delle cellule. Quindi lo hanno delicatamente spinto attraverso la membrana di una cellula algale di Chlamydomonas. È questo piccolo elettrodo lo strumento per catturare gli elettroni che la luce ha stimolato. Le piante infatti, attraverso organuli specifici contenuti nelle cellule, i cloroplasti, con la fotosintesi convertono l'energia luminosa in energia chimica immagazzinandola negli zuccheri. La luce penetra negli organuli e fa «saltare» gli elettroni a un livello energetico più elevato. Gli scienziati di Stanford hanno «intercettato» questi elettroni proprio dopo che sono stati eccitati dalla luce, quindi nel momento in cui possedevano la loro massima energia. E attraverso il piccolissimo elettrodo d'oro infilato nel cloroplasto li hanno dirottati fuori dalla cellula per generare una minuscola corrente elettrica.
RISULTATO - «Il risultato è la produzione di energia senza rilascio di carbonio in atmosfera. Questa è una delle fonti più pulite per produrla», afferma Ryu. Ora la domanda è se questa metodologia sia economicamente conveniente. «Siamo in grado di estrarre da ogni cellula un solo picoampere», continua, «una quantità così piccola che servirebbe un trilione di cellule che funzionassero per un'ora per produrre una quantità di energia pari a quella immagazzinata in una batteria alcalina. Inoltre le cellule muoiono dopo un'ora. I prossimi passi potrebbero essere quelli di ottimizzare il design dell'elettrodo per allungare la vita delle cellule e di utilizzare piante con cloroplasti più grandi per poter catturare più elettroni».


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